"In Tunisia, in questi giorni che ricorre l'anniversario della protesta che ha posto fine alla precedente dittatura, masse di giovani e di lavoratori e disoccupati stanno riempendo le piazza quasi a voler riportare a compimento quella rivoluzione che aprì le primavere arabe nel magreb, ma che furono quasi subito troncate dalle forze più retrive e reazionarie sino a finire nel drammatico omicidio di Gheddafi e con il ritorno del colonialismo occidentale in Libia a presidiare pozzi petroliferi e a dettare le ricette economiche delle istituzioni dell'imperialismo mondiale, FMI in primis. Le condizioni di estrema povertà e oppressione in cui sono tenute le masse in Tunisia sono la causa principale delle proteste, anche violente, che vede in primo piano le giovani generazioni, ostili e amorfe alle dottrine islamiste e ostili alla repressione. E mentre in Tunisia, in questi ultimi giorni la situazione si va facendo sempre più incandescente contro il governo e le scelte economiche imposte al paese dal FMI, anche in altri paesi la situazione non è tranquilla. In Algeria si assiste ad una escalation mai vista di scioperi e manifestazioni oceaniche, dopo l'annuncio del primo ministro Ahmed Ouyahia che le casse dello stato sono vuote, annunciando una politica di tagli sociali, licenziamenti e carovita. In Marocco, paese che era restato immune dalle passate primavere arabe, è investito da proteste e manifestazioni contro i bassi salari e contro le morti in miniera. Senza parlare della Libia, dove il caos politico-militare di bande armate finanziate dai vari e antagonisti paesi imperialisti, si contendono i pozzi petroliferi e il controllo del paese e hanno portato il paese nel caos più totale, dove non esiste più lo stato e neppure il vivere civile. Alla rissosità delle varie congregazioni armate politiche si contrappone la guerriglia dei seguaci di Gheddafi che, guidati da un figlio del defunto rais, controllano praticamente la parte sud del paese, quella abitata dalle tribù beduine. Dal caos libico si passa nell'instabile Egitto dove un potere in mano ad una classe borghese nazionale si barcamena tra l'imperialismo USA e le pretese egemoniche russe, volendosi ritagliare uno spazio di superpotenza regionale, in contrasto con l'Arabia Saudita e con la Turchia. Senza contare l'elevata conflittualità politica presente in Egitto, con il Movimento dei Fratelli Musulmani decimato e imprigionato e con la forte e violenta repressione nei confronti del sindacalismo e del mondo del lavoro egiziano che ha dato vita a manifestazioni e scioperi, come non si era più visto negli ultimi mesi. Come si può vedere tutta l'area del magreb è in fermento e le violenze di piazza che scatena non lascia spazio a mediazioni politiche: le masse impoverite e succubi dei dettami dell'imperialismo Usa ed Europeo stanno alzando la testa contro i propri governi deboli e succubi all'imperialismo e stanno creando situazioni rivoluzionarie i cui sviluppi sino ad ora sono alquanto ignoti.
Circolo Culturale Proletario di Genova”
Scontri notturni, video «fake» e boom di arresti in Tunisia
Gina Musso, 12.01.2018, “Il Manifesto”
Non si placa la protesta contro il carovita e l'austerità imposta dal governo. Il Fronte popolare e il collettivo «Cosa aspettiamo?» condannano le violenze e indicono una movilitazione nazionale per il 14 gennaio, settimo anniversario della caduta del regime di Ben Ali
Un giovane tratto in arresto a Ettadhamen, sobborgo di Tunisi
© LaPresse
La Tunisia ha vissuto un altro giorno di proteste diffuse, spesso pacifiche e decise. Ma anche un’altra notte di disordini in un gran numero di città, a cominciare da diversi quartieri della capitale. A Siliana c’è stato un tentativo di assalto al tribunale della città, a Thala è stato incendiato un commissariato, notizie di barricate e scontri tra giovani manifestanti e polizia arrivano da Kasserine, Sousse, Ghafsa, Aouina. E da Tébourba, dove lunedì un manifestante è rimasto ucciso, forse per i gas lacrimogeni inalati forse schiacciato durante la carica della polizia (oggi si saprà l’esito dell’autopsia). E l’elenco potrebbe continuare.
Ha un bel dire il portavoce del ministro dell’Interno, nella rituale denuncia di infiltrazioni terroristiche nella protesta, che la notte scorsa è stata «più calma delle precedenti». Di certo sono aumentati gli arresti, 300 solo nelle ultime ore, oltre 500 dall’inizio della rivolta, molti giovanissimi tra i 15 e 18 anni, accusati dei saccheggi indiscriminati di negozi e supermercati avvenuti nei giorni scorsi (dall’altro ieri tutti gli esercizi che si trovano nelle zone sensibili chiudono prima che cali la sera). Aumentano anche i malumori dei poliziotti, che chiedono «maggiore protezione» dopo la ventina di agenti feriti e i tanti mezzi bruciati.
Per il paese non poteva esserci modo più turbolento per avvicinarsi al 14 gennaio e al 7mo anniversario della caduta del regime di Ben Ali, innescata nel 2011 dalla Rivoluzione dei Gelsomini. Che in comune con l’indignazione odierna ha le ragioni economiche, disoccupazione, inflazione, impoverimento.
La scintilla è stata l’ormai famigerata «Finanziaria 2018», varata in dicembre con misure pretese dall’Fmi per sbloccare una nuova tranche di aiuti. Effetti immediati, l’aumento in alcuni casi esorbitante dei prezzi dei generi alimentari, della benzina, dei servizi (inclusi quelli di telefonia e internet). E un conseguente crollo della simpatia popolare per il governo di Youssef Chahed. «La sua retorica sulle manifestazioni notturne ricorda quella di Ben Ali nel dicembre 2010, poco prima della disfatta», ha detto a Jeune Afrique Wael Naouar, portavoce del Fronte popolare, la coalizione di sinistra che guida l’opposizione e che per il 14 ha indetto una mobilitazione nazionale. «Se va avanti così – aggiunge – potremo ben dire: du pain, de l’eau et pas de Nidaa et d’Ennahdha».
È la parafrasi dello slogan del 2011, «Pane, acqua e niente Ben Ali», girato oggi contro i due principali partiti di governo. Accusati dal Fronte popolare di aver diffuso video falsi per provare il legame tra la sinistra e le violenze. Anche il principale attore della protesta, il collettivo #Fech Nestannew (Cosa aspettiamo?), che ha esordito con una campagna social e tag sui muri, ha dovuto fin da subito fare i conti con disinformazione e repressione, con circa 50 arresti tra le sue file.
Contrariamente a quanto speravano le autorità, è stato proprio questo a imprimere un’accelerazione e a riempire le piazze.